Dietro le rose di S. Valentino..
Approfondimento a cura di Federica Mingione
Da pochi giorni è passato il 14 Febbraio, San Valentino, il giorno degli innamorati: alzi la mano chi non se ne sia ancora accorto! È impossibile infatti non fare caso, nei negozi e supermercati, alle numerose confezioni di cioccolatini e caramelle, tutte rigorosamente a forma di cuore, o non essere colpiti dal bombardamento mediatico alla tv o sui giornali. E anche quest’anno sono state vendute centinaia di migliaia di mazzi di rose, il fiore per eccellenza dell’amore della passione.
Ma vi siete mai chiesti da dove arrivano, e chi li produce? Da Sanremo? Risposta sbagliata. Dall’Olanda? Fuochino...provate ancora. Forse pochi indovineranno. La risposta esatta è Kenya ed Eritrea.
Il primo dei due Paesi è il terzo produttore di fiori al mondo; la floricoltura, in Kenya rappresenta la seconda industria per fatturato, superata solo dal thè. Un businnes che raggiunge i 500 milioni di euro che dà lavoro direttamente a circa 100 mila persone e indirettamente a 700 mila. Fin qui nulla di strano o di sbagliato. Peccato però che dietro la produzione e il commercio di rose si nasconda un grande sfruttamento di manodopera, soprattutto femminile. Le condizioni dei lavoratori sono terribili: turni massacranti, niente ferie, salari minimi, caldo, nessuna tutela sindacale o copertura sanitaria, molestie sessuali. Sono numerosi, inoltre, i casi di cecità, malattie alla pelle, sterilità, a causa del contatto diretto con pesticidi, denunciati dalle molte ONG che da anni si stanno mobilitando per questa causa. Il salario minimo è di 40-50 euro al mese, poco anzi pochissimo per un lavoro così duro e lacerante. Ma nessun lavoratore può pensare di ribellarsi ai propri datori di lavoro, perchè centinaia di persone ogni giorno aspettano fuori i cancelli delle serre per essere assunte, nonostante le pessime condizioni che li aspettano. Basti pensare che il tasso di disoccupazione del Kenya, si aggira al 40%: ogni lavoro, anche se è sottopagato, rappresenta una manna dal cielo per chiunque.
Ogni giorno si comincia alle 7: le ragazze, in immense serre di fitti roseti, recidono le rose pronte, le portano in altre serre frigo, le impacchettano e, subito dopo, le trasferiscono su camion refrigerati con destinazione l’aereoporto di Nairobi. Ogni giorno partono 7 aerei cargo, ognuno dei quali, può trasportare fino a 6 milioni di rose. Nel giro di poche ore i fiori arrivano in Europa dove sono consegnati direttamente agli acquirenti o inviati alle aste olandesi, come quella di Amsterdam, per essere venduti poi a supermecati, grossisti e fioristi di tutta Europa e USA. Bastano massimo quattro giorni ad una partita di rose, per arrivare a destinazione dal raccolto, ma spesso anche solo 48 ore, quando i produttori kenioti contrattano direttamente con i clienti, evitando di passare per le aste olandesi. Metà del prezzo finale rimane al rivenditore, un altro 25%-30% va in commissioni e margini per aste, intermediari e grossisti. A questi vanno sommati i profitti. Dei costi di produzione, la metà è da attribuire al trasporto aereo, poi ci sono fertilizzanti, pesticidi, tasse.
Il lavoro è il costo minore: per ogni rosa a chi l’ha cresciuta e raccolta va meno di mezzo centesimo di euro.
È l’Olanda la piazza principale al mondo per la vendita di fiori, ma circa il 65% delle rose proviene proprio dal Kenya. Negli ultimi anni un altro Paese si sta specializzando in floricoltura: l’Etiopia. A causa delle denunce da parte delle ONG per condannare le violazioni dei diritti dei lavoratori kenyoti, molte multinazionali hanno dovuto adottare un codice di comportamento, altre però, grazie ad un’economia sempre più globalizzata, hanno preferito spostare la produzione verso Paesi capaci di offrire manodopera ad un costo più basso, l’Etiopia appunto. Il governo, infatti, per attirare le multinazionali ha stabilito un regime di detassazione per le aziende che investono nel Paese ed ha introdotto agevolazioni per limitare le spese doganali per l’importazione di macchinari. Nel giro di pochi anni la produzione di rose in Etiopia è cresciuta in modo esponenziale, a scapito di quella kenyota.
Le multinazionali specializzate nella produzione di fiori sono continuamente criticate non solo perchè violano i diritti dei lavoratori, ma anche per gli ingenti danni che arrecano all’ambiente. In Kenya, ad esempio, il 70% della produzione è concentrata sul lago Naivasha, a circa 150km dalla capitale, su 2200 ettari di serre. Ogni giorno ogni piantagione può consumare, tra irrigazione e produzione, fino a 1000 metri cubi di acqua, favorendo la rapida prosciugazione del lago. L’accesso all’acqua è negata alla popolazione, sempre più assetata. Inoltre l’uso dei pesticidi e di altri agenti chimici non fa che inquinare le falde acquifere. Ovviamente le multinazionali agiscono in tutta tranquillità, padrone di tutto e di tutti. E’ questa la triste realtà.
Dall’anno scorso, però nei supermercati COOP sono state messe in commercio le rose eque e solidali, importate sempre dal Kenya, dalle grandi società straniere Oserian, Liki Farm, Ravinee Longonot dove solo la manodopera è locale. Queste imprese hanno ricevuto il marchio Fair Trade Labelling Organization (FLO) perchè rispettano i canoni di garanzia. Le rose eque e solidali sono coltivate da lavoratori pagati il doppio del salario minimo, assunti con contratti indeterminati e con la possibilità di potersi iscrivere ad un sindacato. Purtroppo però, solo una piccolissima parte della produzione di tali multinazionali è certificata dal commercio equo e solidale. E’ ancora troppo poco per sentirsi soddisfatti. La lotta per una maggiore giustizia sociale è solo all’inizio.
Federica Mingione
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